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Quotidiani

Corriere della Sera, 24 luglio 1910

Testata Corriere della Sera
Origine Milano - Italia
Data di pubblicazione 24 luglio 1910
Violento nubifragio in Lombardia

Un nubifragio ha percosso oggi la plaga che si stende intorno a Busto Arsizio ed a Legnano. In un'ora il maltempo ha gettato la rovina negli opifìci, nelle case, la desolazione in molte famiglie. Numerosi sono i morti e i feriti. Stasera Busto Arsizio è oppressa come da un incubo di dolore; le sue strade sono deserte e buie; la luce manca ovunque. Nelle case e nei ritrovi non si parla che delle tragiche scene accadute poche ore fa. La prima minaccia del nubifragio s'ebbe alle 16 circa. Nubi oscure percorrevano il cielo spinte da un vento di levante. Nelle strade si levavano nembi di polvere, sbattevano le imposte, gli usci. Tutti correvano a tapparsi in casa; i pochi che si trovavano per via furono colti, alle 16,30, da una ventata impetuosa, mugolante che li sospingeva quasi volesse strapparli da terra. Già s'udivano in vari punti scrosci sinistri: comignoli e tegole rovesciate in strada; vetri infranti. Ma poi il frastuono dell’uragano coperse ogni altro rumore; cominciò l'acqua a flagellare, mista alla grandine e per qualche minuto il nubifragio mantenne vuote le vie, immerse quasi nel buio e dominò sulla città e sulla campagna circostante.

 

LE CAMPANE A STORMO - Poi si videro, malgrado la furia delle in­temperie, persone correre verso la chiesa par­rocchiale. Erano disperate, urlavano che c'e­rano dei morti, Delle ciminiere erano state spezzate dal vento precipitando, su opifici, uc­cidendo degli operai. Alla chiesa fecero suo­nare subito le campane a stormo. I lugubri rintocchi si diffusero rompendo il frastuono del vento e dell'acqua. Dalle case uscì la gente allarmata correndo da una parte e dal­l'altra, all'impazzata, intuendo che, qualche cosa di funesto doveva essere accaduto, senza sapere dove. Poi vennero precisati i luoghi dov'erano accadute le sventure. - Allo stabilimento Colombo ci sono dei morti. - Anche in quello della ditta Grassi. Ma stando alle prime voci pareva che i morti fossero più di trenta e tutti tessitori. Coloro che avevano per parenti dei tessitori, in preda ad un orgasmo spasmodico corre­vano agli opifici per chiedere notizie dei loro cari. La confusione era tanta che non era possibile loro averne. Ansiosamente interro­gavano amici, conoscenti e cercavano di pe­netrare negli stabilimenti dove invece l'ac­cesso era permesso solo a chi poteva dare aiuto. C'erano dei morti da estrarre dalle macerie, dei feriti da medicare. Uno degli stabilimenti colpiti è quello della ditta Luigi Colombo, in via Luciano Manara. Qui lavorano un cinquecento operai i quali quando cominciò a mancar la. luce causa l'imminente temporale, ebbero il permesso di uscire. Tutti temendo che la grandine dovesse infrangere i vetri delle campate, erano solleciti a lasciare il lavoro, ma solo in una cam­pata alcune donne s'indugiarono perchè si ritenevano immuni d'ogni pericolo, essendo il tetto di legno e non di vetri. E invece pro­prio esse furono uccise! Stavano accomodan­do i fazzoletti, i grembiuli e scherzavano allegramente sulle minacce del temporale, quando la ciminiera che sorge a fianco della loto campata crollò sul tetto della campata stessa, sfasciandola, invadendo il locale, schiacciando quattro donne fra le macchine. Questo accadeva poco dopo le 17. Pochi minuti di distanza una sventura simile col­piva la tessitorìa Giuseppe Grassi, in via Andrea Zappellini. Fattosi buio, quattrocento operai di questo stabilimento avevano antici­pato la loro uscita. Correvano tutti a casa per evitare di restare bagnati. Meno premura ebbero quattro operai. Certo Bellotti anzi decise di continuare il lavoro. - Manca la luce disse - vado a prender e una lampada. - Entrò in uno stanzino e la morte lo colse. La ciminiera precipitando distrusse la campata sotto cui egli si trovava. Rimase anche ucciso uno spazzino che si era nascosto in un andito per paura del temporale. Infine due donne trovarono nello stesso modo la morte perchè una s'indugiava a disegnare e un'altra era tornata indietro per prendere gli zoccoli . Le ciminiere abbattute a Busto tra le 17 e le 17,30 furono nove: quelle cioè delle tessitorie Colombo, Grassi, Ottolenghi, Galassi, della Manifattura Spugne e del Molino Marrari e Mazzola. In tutti questi stabilimenti ci furono dei feriti.

 

PER CONOSCERE LE VITTIME - I morti e i feriti venivano intanto accompagnati all'Ospedale, in lettiga, in carrozza, a braccia. Si prestavano tutti con ardore. Insieme ai pompieri, ai carabinieri, ai soldati, aiutavano persone di cuore, preti, donne, au­torità. Le vittime passavano tra due ali di pubblico commosso, tra cui s'agitavano i parenti dei tessitori che si disperavano, correndo dal­l'Ospedale agli stabilimenti, perchè nessuno sapeva dire notizie dei loro cari. Infatti dagli opifici gli operai erano usciti in fretta, senza il regolare appello; non si sa­peva ancora chi erano le vittime. Davanti all'Ospedale si formò un assem­bramento così agitato che i carabinieri do­vettero tentare di scioglierlo. Tutti volevano entrare per vedere i morti e i feriti. Questi furono poscia identificati e i loro nomi ven­nero resi noti. I morti sono: Carlotta Marcora, di 22 an­ni ; Giovannina Bonizzoni, di 23; Albertina Brazzelli, di 25; Ersilia Zara, di 26. Sono quelle che appartenevano all'opificio Grassi e che stavano scherzando allorché rovinò su loro il tetto. Le vittime della ditta Colombo sono: Rosa Rossi di 37 anni. Carolina Manini di 25, Gio­vanni Sere di 51; Carlo Beliotti di 29. I morti sono otto. I feriti raggiungono la decina e cioè: Pietro Castiglioni, Angelo Bernardi, Maria Bonizzoni; Giuseppina Candioni, Angela Azzimonti, Giuseppina Lualdi, della ditta Grassi; Giovarmi Prandoni, coc­chiere della ditta Ottolini; Paola Colombo della ditta Colombo; Cesare Veggezzi, facchino della ditta Venzaghi; Carlo Venegoni della Manifattura Spugne. Alcuni di questi feriti sono in assai grave stato. Appena essi giunsero all'Ospedale avevano trovato un inconveniente: il temporale aveva scoperchiato in qualche punto il tetto e sui letti pioveva. Nella camera mortuaria accadevano nello stesso tempo scene strazianti: i parenti dei morti erano ammessi a riconoscere i loro perduti. Lo stato in cui questi si trovavano li rendeva quasi irriconoscibili. I superstiti al­libivano e cadevano in crisi violentissime e gridavano: Non è vero, non è vero! Uno di essi volle farsi portare a casa il suo morto: postolo sul suo letto gli si mise a lato, restando impietrito nella sua lugubre veglia. Un altro stava già dibattendosi nella disperazione per aver perduta una nipote carissima, quando venne a sapere che anche sua figlia era morta. Erano le due sole pa­renti che allettavano la sua casa, avendo per­duto l'anno scorso la moglie. Ora è solo: in un angolo è stato colpito da due lutti. Pietosissima era una ragazza che cercava la madre. Tutti l'assicuravano che sua madre non era tra i morti e nemmeno tra i feriti - Ma non è tornata a casa ancora. E' sera. Certo è tra le vittime. Non  me lo volete dire, ditemi la verità. Essa gridava così innanzi all'Ospedale quan­do vide la madre che era già stata a casa e non vedendola era tornata fuori a cercarla. La figlia le si gettò al collo folle di gioia. Ma questa fu la sola scena di consolazione. Stasera quanti piangevano nelle case ove era entrata la sventura! In quelle case afflui­rono fino a tarda notte amici e conoscenti che si recavano a confortare i superstiti. E innanzi all'Ospedale s'indugiarono pure altri conoscenti dei feriti, ansiosi di sapere loro notizie. Sopra Busto, vestito a lutto, le campane mandarono rintocchi funebri, nelle chiese affluirono i pietosi a pregare e ovunque si pen­sa alle onoranze solenni da rendere domani ai poveri morti.

 

QUATTORDICI MORTI E DIECI FERITI A SOLARO - Solaro è un gruppetto di case che danno abitazione agli operai delle fornaci di late­rizi dei dintorni. Quando scoppiò l'uragano, nelle fornaci della ditta Borghi e Cattaneo si trovava un centinaio di operai. Spaventati per l'improv­viso abbassarsi delle nubi, il vento e lo spes­seggiare dei fulmini, essi si rifugiarono sotto una vasta tettoia annessa al corpo della for­nace. Mentre i disgraziati si facevano l'uno ad­dosso all'altro per soffrire meno della furia del vento, il fumaiolo della fornace crollò quasi per intero e la massa enorme dei suoi rottami precipitò sulla tettoia, facendola ro­vinare. Il disastro qui apparve subito in tale esten­sione che anche coloro che erano rimasti incolumi ed i molti che dalle case vicine erano stati spettatori furono invasi da tale terrore da essere nella incapacità assoluta di porta­re soccorso agli sventurati sepolti. Per minor sciagura, era giunta in quel momento da Mi­lano una vettura automobile con alcuni gi­tanti. Questi, che pure avevano assistito al disastro, tentarono invano di organizzare il salvataggio. Sordi ad ogni preghiera, ad ogni incitazione, ad ogni minaccia, gli incolumi e gli scampati si rifiutarono di recarsi sul po­sto e dar mano ai lavori di scavo e di sgom­bro necessari. Allora i coraggiosi automobilisti, sfidando l'uragano, lanciarono la toro macchina a velocissima corsa, e si recarono a Saronno, dove informarono dell'accaduto il comandante dei locali carabinieri. Questi militi, fra i molti salvataggi, aveva­no già dovuto moltiplicarsi; trovarono però modo, nonostante Solaro non appartenesse alla loro giurisdizione, di inviare sul posto un brigadiere ed un subalterno. Essi si servirono della stessa automobile: giunti a Solaro, parte colla forza, parte colla persuasione, riuscirono a condurre sul posto una ventina di uomini validi e ad organizza­te il lavoro di salvataggio.



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