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12 Marzo 1872: Giuseppe Mazzini

12 Marzo 1872: Giuseppe Mazzini
La morte di Giuseppe Mazzini

Il grande agitatore italiano è morto, probabilmente nel punto che la sua fantasia e la sua operosità instancabili continuavano a rimuovere quel lievito rivoluzionario, che pure gli si era adesso sciupato in gran parte tra mani. Egli è morto in Italia libero e quasi dimenticato, dove s'era compita l'unità della Patria per una via diversa da quella ch'egli avea segnata. E quest'oblio prova quanto fosse solidamente fabbricato quell'edificio, che gli era parso impossibile che si reggesse per opera di altri architetti che lui. Il gran partito monarchico che si era cominciato a separare da esso il 1847, che dal 1859 ha compresa la maggior parte della nazione, pure rispettandolo, oggi non ne avea più paura. Il programma del Mazzini s'era già esaurito; era morto prima del suo autore.

 

Ma ciò non toglie si ricordi come molti suoi vecchi amici, quelli che seguendolo nelle prime imprese avean conseguita fama e fortuna spesso superiori al loro merito, l'avessero troppo dimenticato in questi ultimi anni. E pure, se fu bene che i più assennati tra suoi fidi dissentissero ora da lui, niente può giustificare l'oblio a suo riguardo di coloro che s'erano ingranditi nel suo nome. Certo il grand'uomo ch'è morto, per vastità di concetti e tenacità di propositi sorpassò con la sua figura, e facea apparire pigmei i seguaci di ambedue le frazioni radicali che non si acchetano dopo il nostro risorgimento. Quei radicali ch'erano entrati nella Camera, solo scambiando l'ambizione di divenir dittatori o triumviri d'una repubblica, con quella di ministri e segretarii generali della monarchia, non riuscirono a mostrarsi meglio preparati a meritare questi officii dopo il 60, di quel che fossero stati atti ad usurpare quelli del 1849.

 

Incerti più anni nel rispetto alla monarchia e l'abito dell'insurrezione, giuravano come deputati e preparavano Aspromonte e Mentana, sicchè in breve perdettero credito pressi i più, e come capi di popolo, e come ministri possibili. Un'altra porzione più ardita, più giovane di rivoluzionarii, non ingenerata in Italia, e che non ebbe il suo battesimo dal Mazzini, i socialisti nostri e gl'internazionali, valgono poi assai meno di quelli che avean seguito il grande agitatore, perché il loro programma è assai più rozzo e barbarico di quello che parve solo possibile al Mazzini. All'illustre rivoluzionario italiano resterà nella storia come documento principale della sua grandezza, non aver mai voluto far parte con costoro; non aver voluto altre insurrezioni che nazionali; aver capito che non si può governare in pace e che non è onesto commuovere un popolo a ribellarsi, se la voce degli interessi materiali, siano anche questi gl'interessi di numerose plebi, non si queti e non si lasci guidare dall'ingegno. Il Mazzini, che già avea combattuto con poco senno, ed era stato vinto dalla monarchia, è stato messo da parte dopo il 1860 da molti suoi vecchi amici, e combattuto dopo il 70 dagli internazionali d'Europa e d'Italia egli tanti maggiore di loro.

 

Credente in Dio, e quasi ascetico nei suoi scritti, credente nell'ingegno e nella coltura, le cospirazioni e le insurrezioni da lui promosse ebbero sempre un concetto politico e civile. I suoi fidi li scelse ordinariamente più dal ceto medio che dalla plebe italiana. Scrisse a Carlo Alberto nel 1820, scrisse a Pio IX nel principio glorioso del suo regno, per incitarli a liberare l'Italia. Nel 1859, allo scoppio della guerra, riservando i suoi convincimenti repubblicani, sostituì per poco il suo motto: Dio e popolo, l'altro: Né apostati né ribelli. L'ingegno italiano, e però pratico, e l'abito vecchio del cospiratore si combattettero in lui una dura e continua lotta. Prevalse la peggior parte nel 1848 e 49, quando incitò i lombardi contro la monarchia piemontese, nel 1857 quando volle ribellar Genova al libero Piemonte. Ma, ad onta dei suoi lunghi disinganni, non rinnegò mai l'idea della patria e della civiltà, come i rozzi comunisti francesi.

 

A Roma fece celebrar la Pasqua nel 1849, e non si vendicò della sconfitta sul Vaticano, o sulla colonna traiana, come a Parigi s'è fatto con le Tuileries e la colonna Vendome. Ad onta dei suoi torti e del danno ch'egli ha fatto alla patria, combattendo con tutta la sua vita il grande augurio del Foscolo, che per fare l'Italia bisogna disfare le sette, gl'italiani gli debbono essere grati dello scopo vasto che quest'uomo dal 1830 al 1848, negli anni più bui della nostra storia, ha proposto e tenuto presente alle fantasie della generazione che tramonta, a quella per cui l'Italia sussiste. Se le sette furono dannose, non fu inutile l'agitazione in quel tempo tenuta viva da lui, quasi solo da lui. Il buon senso degli italiani, come vide cinquantamila piemontesi correre col re in Lombardia nel 1848, come vide cader le repubbliche del 49 e reggere salde le libertà in Piemonte; come vide guidato questo dal Cavour, e farsi glorioso in Crimea, preparandosi a farsi grande coll'impresa del riscatto d'Italia, lasciò subito i vecchi mezzi, le vecchie speranze per la nuova via.

 

Ma il cuore della nazione, anche dopo che il programma del Mazzini s'è visto venir meno in tutte le sue parti, è pure rimasto fedele nella su gratitudine a quest'uomo, del quale certo la presente generazione andrà onorata fra quelle che la seguiranno. E l'Italia che gli fu patria potrà dire che, fra i rivoluzionarii che non conobbero il loro tempo, essa può vantare in Europa come il più puro il suo, Giuseppe Mazzini. Nato il 28 giugno 1808 a Genova di buona famiglia, è morto a Pisa ieri l'altro, gli 11 di marzo, di malattia di cuore, non compiuti ancora sessantaquattro anni.


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