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1861 - 2011: Italiani Illustri
1 Marzo 1938: Gabriele d'Annunzio
Nella vita nazionale dell'ultimo quarantennio Gabriele d'Annunzio ha avuto un'importanza tale, che non si potrebbe astrarne senza rinunciare a comprenderne talune fra le linee maestre. Il Poeta si affacciò alla visione politica dell'Italia, quale era e quale avrebbe dovuto essere, attraverso l'emozione delle nostre sventure coloniali, che parvero esprimere una sentenza di condanna della Nazione all'impotenza militare e perciò alla servitù morale e politica. Dogali e Adua segnano le tappe di quel primo risvegliarsi del giovane scrittore alla percezione appassionata del problema nazionale. Le miserie della vita pubblica italiana offersero insieme il senso estetico dell'uomo sensibile e l'orgoglio profondo del cittadino. Come tanti altri del suo tempo, e fra i migliori, la sua partecipazione alla lotta politica doveva presentare dapprima perplessità e contraddizioni, che nulla tolgono alla fondamentale coerenza del sentimento. L'orrore della demagogia e della facile popolarità domenicale, ne fece per qualche tempo un reazionario; ma il disprezzo del conservatorismo ottuso, visto da vicino in tutte le sue meschinità, lo spinse ben presto, in memorabili circostanze, verso le correnti di estrema sinistra, che d'altronde non seppero, né comprenderlo, né adoperarlo. In realtà Gabriele d'Annunzio per molti anni errò soffrendo e cercando sé stesso, come l'intero popolo italiano; con la stessa buona fede, con lo stesso amor proprio ferito ma non abbattuto dalle sventure, con la stessa ansia di rinnovamento che solo in via provvisoria si poteva placare in formule straniere. Il processo di elaborazione della nuova Italia era in atto alla fine del secolo XIX e al principio del XX. Gabriele d'Annunzio vi partecipò in prima linea: quest'uomo meraviglioso, multanime come Ulisse, benché assorbito dall'arte sua e travolto in turbinose avventure di vita, seppe sempre trovare il momento, il modo, le forme adatte per essere unito al tormento politico dell'anima nazionale. L'atroce regicidio di Monza gli suggerì una delle sue più belle odi, veramente densa di auspici; le stesse gare elettorali, a cui per qualche tempo si prestò nella sua tipica ansia di tutto vedere, di tutto provare, gli ispirarono discorsi e scritti di una eloquenza aristocratica e popolare insieme, degna della più alta ammirazione e senza paragone possibile nella nostra letteratura. Ma la funzione nazionale dell'attività di Gabriele d'Annunzio non è limitata davvero alla sua non lunga vicenda elettorale, né alle manifestazioni dirette di un pensiero capace di venir classificato in questa o quella casella dello schedario politico comune. Quella funzione si estende a gran parte dell'opera dell'Artista e si manifesta nella classica elevatezza dello stile, nella balda confidenza di sé, nell'apoteosi della forza e della volontà, che, mentre talora potevano essere discutibili sotto un aspetto puramente etico, esercitavano tuttavia un influsso indubbiamente benefico sopra le giovani generazioni di allora, incerte sulla via da seguire e troppo facilmente sedotte dalle teorie della rinuncia passiva o dell'inerte contemplazione. Ed è interessante vedere questo grande Poeta, che, per qualche tempo, nella sua enorme versatilità, s'era compiaciuto di atteggiarsi a campione del decadentismo, romperla quasi subito violentemente con questo capriccio così contrario alla sua intima natura e adottare nell'arte sua gli accenti virili che incitano alla lotta, alla vittoria, alla conquista; accenti che saranno poi quelli suoi definitivi; quelli che resteranno profondamente impressi nella memoria degli Italiani. Chi ha scritto la Canzone di Garibaldi, le Odi Navali, le Canzoni delle Gesta d'Oltremare; chi ha saputo parlare a tu per tu con le folle dinanzi allo Scoglio di Quarto e sulla piazza di Fiume; chi ha trovato per l'Italia lavoratrice e guerriera le espressioni della più nobile celebrazione; chi ha avuto le parole più violente e le ingiurie più efficaci contro i nemici interni ed esterni del Paese, piegando così bene la prosa e la poesia e il ritmo e lo stile al terribile compito dell'invettiva civile; colui può ben pretendere d'essere definito il grande Scrittore nazionale dell'epoca contemporanea sino alla Rivoluzione fascista. Della quale egli fu ammiratore convinto e compagno fedele, se non potè esserne l'aedo, perché con la Marcia su Roma un'altra Italia era sorta,e un'altra epoca, nettamente differenziata, s'annunciava sull'orizzonte della storia. Il dinamismo di questa possente personalità non si esaurì nell'opera d'arte scritta o parlata. Ognuno sa come e quanto Gabriele d'Annunzio ha agito e ha influito sul popolo italiano con l'esempio eroico del rischio e del sacrificio nei momenti decisivi della vita nazionale. Questo Poeta della guerra fu anche un soldato; questo cantore dell'aviazione fu un grande aviatore; questo ammiratore dei nostri classici eroi fu il protagonista volontario e tenace dell'eroica avventura fiumana; folle avventura, come parve allora, ma a cui pure si deve se la città italianissima fu conservata all'Italia. Questo profondo conoscitore delle antiche glorie comunali italiane, osò immaginare una creazione statale originale sulle rive del Carnaro; si trasmutò in legislatore, fu capopopolo e condottiero; fu il Comandante e fu il poeta delle sue proprie gesta; caso più unico che raro di esuberanza d'ingegno e di temperamento, quale soltanto il vecchio ceppo italico può dare, confermando il detto alfieriano che "in Italia la pianta uomo nasce più vigorosa che altrove". Il Fascismo inchina i suoi gagliardetti dinanzi alla salma di questo uomo straordinario, per il quale l'amore dell'Italia fu certamente la passione più costante e più pura. In particolari circostanze e con altro significato, è innegabile che l'impresa fiumana prelude alla meravigliosa conquista fascista dell'Italia e la Marcia di Roma apre la via alla Marcia su Roma, segnando la prima violenta ribellione dell'anima nazionale, vittoriosa e armata, contro le forze disgregatrici insediatesi negli organi di comando del Paese. L'impresa fiumana impone alla coscienza nazionale l'imperativo categorico di scegliere tra la disciplina formale e quella sostanziale, fra l'ossequio passivo della legge, a tutto profitto dei nemici del Paese, e la ribellione alla legge in vista d'una disciplina più alta e d'una legge migliore. Il gesto di Gabriele d'Annunzio parve e fu veramente rivoluzionario; e la Rivoluzione delle Camicie nere deve perennemente esaltarlo. La prodigiosa vita di Gabriele d'Annunzio, iniziatasi quando l'Italia compieva faticosamente i suoi primi passi nel mondo, si è chiusa nella visione dell'Italia imperiale; quel nobile cuore italiano che subì l'angoscia di Adua e delle umiliazioni nazionali nella triste crisi del secolo che moriva, ha potuto esultare per le nostre vittorie nella Grande Guerra e nella campagna etiopica. Immensa fortuna, meritata fortuna. Scompare questo grande italiano, quando la Nazione, guidata dal genio di Mussolini, ha piegato veramente la sorte secondo le aspirazioni dei suoi migliori, e rispettata, ammirata, temuta, finalmente uguale alle maggiori Potenze del mondo, si accinge a scrivere nuove pagine di gloria, realizzando sempre più pienamente gli ideali dei suoi poeti, dei suoi soldati, dei suoi politici. Gabriele d'Annunzio, poeta, politico, soldato, entra pertanto nel Pantheon delle glorie nazionali in un momento di luminoso e fecondo fervore di vita italiana: quella vita che Egli aveva sognato e sperato così.
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