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11 Marzo 1908: Edmondo De Amicis

11 Marzo 1908: Edmondo De Amicis
La morte di Edmondo De Amicis

LE PRIME NOTIZIE - Vi confermo la tristissima notizia. Edmondo De Amicis aveva passato la serata di ieri in compagnia mia e di alcuni amici, conversando giocondamente fino alle ore 22. Coricatosi verso le 23, poco dopo chiamò il personale dell'albergo, il quale, allarmatosi, provvide ai primi soccorsi, avvertendo il medico Boggio. Questi, accorso immediatamente, trovò l'illustre uomo in condizioni gravissime, con mancanza di polso, sudori freddi e profusi, respirazione difficile. Gli fece somministrare subito l'ossigeno ed energetici eccitanti cardiaci. Ma nulla valse; malgrado il polso riprendesse alquanto per brevi minuti, il periodo agonico si annunciò e decorse fulmineo. Il morente conservò la coscienza limpida sino all'ultimo, ben accorgendosi della sua prossima fine, ma si spense con serena tranquillità. Nell'ultimo istante pronunciò un addio al figlio assente. Telegrafato d'urgenza a questi, egli è qui atteso, oggi nel pomeriggio. Vennero pure avvertiti telegraficamente il ministro dell'istruzione e le persone più affezionate all'illustre estinto. Il proprietario dell'albergo, il personale, il dott. Boggio, e il signor Bosi gareggiarono in affettuose premure nel comporre la salma, che vegliarono tutta la notte. La catastrofe ha impressionato intensamente tutti, giacchè era affatto inattesa, trovandosi il De Amicis da più giorni in ottima salute. (Emilio De Marchi)

 

DINANZI ALLA SALMA - Arrivando da Nizza a Bordighera, corsi all'Hotel Pension de la Reine, dove stamane spirava De Amicis. Salito subito al primo piano, stavo per entrare nella camera ardente, quando giunse da Torino Ugo De Amicis, il cui primo impulso fu di precipitarsi al letto sul quale giaceva la salma del suo illustre genitore. Il simpatico giovane aveva gli occhi rossi ed era affranto dal dolore; egli si inginocchiò a fianco del letto, togliendo il bianco velo che copriva il volto dell'estinto, poscia, scoppiando in dirotto pianto, ne baciò il viso e la mano. La scena era straziante. De Amicis è morto al secondo piano dell'albergo, al numero 19,in una camera esposta al sole in vista del mare. La salma venne trasportata stamane in un'altra camera più ampia e le vennero accesi intorno quattro grossi ceri. Molti fiori bianchi furono sparsi al piede del letto e sui mobili. La salma, vestita di nero, riposa in atteggiamento calmo, ma nel volto spicca ancora un'espressione di grande forza: si direbbe che l'estinto abbia voluto resistere energicamente alla morte che lo assaliva a tradimento come un notturno sicario colpisce un uomo robusto e fiducioso. Il giovane Ugo, strappandosi dal letto ferale si ritirò nella camera destinatagli, ma non certo per riposare. Era stravolto; non aveva né solino né cravatta, pure nel suo immane cordoglio, mostrava una gran forza d'animo, da degno figlio di tanto genitore. Egli giunse qui accompagnato dal forte alpinista Guido Rey,che entrò seco lui nella camera mortuaria, dove furono raggiunti dal commissario regio Emilio Scabelloni e dal tenore De Marchi. Entrai io pure dietro di loro, accolto sulle prime da una certa diffidenza; ma non appena dissi che ero inviato del Corriere della Sera, Ugo mi venne incontro, porgendomi cordialmente la destra. Non potei trattenere i singhiozzi. Ma che era mai il mio dolore al cospetto dello strazio che accasciava quel nobilissimo figlio? Ridiscesi più tardi nella camera ardente, ove si succedevano parecchie signore, recando fiori. Alcune, inginocchiate, piangevano. Di esse parecchie erano straniere, e specialmente inglesi. Vennero pure diversi ufficiali a dare l'ultimo saluto all'autore dei "Bozzetti Militari". Persone distinte, dimoranti in altri alberghi, vennero ad iscriversi nel registro. Il primo iscritto è il generale Luigi Pelloux. (Paolo Bernasconi)

 

L'APOSTOLO DELLA SCUOLA - Uomo di lettere? Poeta? Sì, come Francesco d'Assisi. In una storia letteraria il nome di Edmondo De Amicis mi fa l'effetto che sempre mi ha fatto il cantore delle laudes creaturarum. Egli è ben altro, ben più, ben meglio! Egli è un apostolo, e non d'uma religione, ma della religione. Quanto s'è discorso alcuni giorni fa! Ma chi ha detto la sola e grande verità che "la scuola stessa è religione"? qual rito più augusto che quello di far comunicare il fanciullo con l'umanità di tutti i tempi e di tutta la terra? Che quello di accendere e avvivare in un'anima la luce e l'ardore che fu rapito al cielo qualche millennio prima? Qual mistero più sacro? Qual iniziazione più santa? Ebbene, De Amicis è l'apostolo della scuola. Oh! L'Italia ha per gran parte le sue scuole nelle capanne e nelle stamberghe e nei sotterranei. La scuola italiana è per gran parte tuttora nelle sue catacombe. Ma in tanto, la scuola italiana, povera afflitta raminga scuola, ha il suo gran libro, ha il suo vangelo, ha il suo verbo! O Santo, che tutto hai santificato ciò che pensasti e dicesti! Che tutto hai ricreato in novità di palpiti e di sorrisi e di lagrime! Che ci hai fatto amare di non ormai più estinguibile amore quelli che in Italia più hanno patito, dai nostri eroici soldati ai nostri sopportanti operai! Che hai messo la tenerezza dove non c'era che ragion pura, e la soavità della buona promessa dove non era che un ansito di lotta! Che ci hai preparati il cuor dei figli a un avvenire di giustizia e di pace! Tu dunque non sei più? Ma se il tuo cuore batte in centinaia e centinaia di migliaia di fanciulli e fanciulle! Tu sei in loro. E la tua presenza s'indovina e si conosce dalla loro bontà. Se essi donano, se perdonano, se compiangono, se soccorrono, sei tu, sei tu che doni e perdoni e compiangi e soccorri. E se le lor madri li possono stringere al cuore ogni sera più teneri e più bravi e più buoni, sei tu, sei tu che fai, così, felici i figli e felicissime le loro madri! Qual santa immortalità è questa! Sopravvivere per fare, non per ricevere, il bene! Aver questo solo compenso del bene già fatto: continuarlo a fare! (Giovanni Pascoli)

 

SVENTURA DELL'ARTE ITALIANA! - È uno schianto e non vorrei credere! È tanto viva davanti a me la faccia placida e bonaria che baciai quando ci lasciammo in Roma, lo scorso novembre, compiuti i lavori del Consiglio Superiore, son tanto vive nella mia memoria le pitture ch'egli mi faceva dei suoi commensali di albergo con quella sua freschezza giovanile di sensibilità ch'era come il color naturale di un'anima ingenua e pura e si accompagnava mirabilmente a una finezza singolare di osservazione, propria soltanto delle anime esperte. È uno schianto e non vorrei credere ch'egli sia partito così, come per un fulmineo richiamo di sventura, senza congedi, gittando la penna sull'interrotto lavoro. Sì, fu il richiamo stesso fulminea sventura; sventura della migliore arte italiana, dell'arte casta, dell'arte gentile, dell'arte educatrice; danno e dolore d'infiniti fedeli a quest'arte, che dall'autunno suo, potente ancora di calore vitale, attendevano frutti più e più saporosi; danno e dolore non degli amici soltanto, ma di quanti, per averlo veduto appena, lo ammiravano esempio raro di artista sincero, tale nella vita quale nell'opera; perché l'uomo, anche tacendo, spirava bontà come i libri che gli diedero fama. Fu meritata fama e vivrà oltre la memoria della persona sua cara, che noi, amici suoi, porteremo fedelmente con noi nel sepolcro. Non gli perirà la lode di aver conosciuto interamente "quel che potea la lingua nostra", né la lode, anche maggiore, di non avere abusato di questa sua signoria. Non gli perirà la lode di avere studiato con grande acume molte anime umane per mostrarne al mondo piuttosto la luce che le ombre, piuttosto il bene che il male, a conforto di chi opera, sperando, per la luce e per il bene, ad esempio e stimolo salutare di chi entra, malfermo, nella vita. Non gli perirà la lode di avere, malgrado facili censure e più facili sarcasmi, parlato con effusione da cuore a cuori; linguaggio ridicolo se nulla muove, ma il più potente in prosa e in poesia quando trascina con sé chi trascinare vuole, come volle e seppe Edmondo De Amicis, prima che gli appuntassero i languori e anche poi. E se di queste molteplici lodi non si fa una gloria, di che si farà mai? Edmondo caro, tu avesti la gloria e l'avrai. Non è però gran cosa, e miglior frutto del tuo lavoro tu porti, lo so, davanti al giusto tuo giudice. (Antonio Fogazzaro)


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