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Italiani Illustri

15 Febbraio 1907: Giosuè Carducci

15 Febbraio 1907: Giosuè Carducci La morte di Giosuè Carducci

È morto. Oh come si levano, come s'affollano i fantasmi della sua arte, come romba, nel primo silenzio del doloroso raccoglimento, il fiume impetuoso della sua poesia; come, avanti il clamore del compianto popolare, riecheggia in supremo saluto il coro de' suoi canti! Taciuta s'è per sempre la nobile voce paterna. Uomo e poeta, nella vita e nell'arte, egli era alla nostra generazione l'esempio ammirabile e incomparabile della virtù latina fatta di forza e di rettitudine; e quando già più non fluiva la limpida vena de' suoi versi, quando una irreparabile stanchezza fisica era già subentrata a quella sua bella attività di scrittore e di maestro, bastava ch'egli fosse là, chiuso nel suo silenzio generosamente conscio e fiero, perché si sapesse che nome aveva la gloria e quale fosse il cammino. E nessuno strepito era più forte di quel silenzio pieno di luce. Taciuta s'è per sempre l'austera voce paterna. Oh, squillante alla memoria, perché il dolore si sperda nel senso della immortalità, strofi gagliarde e gentili, guerriere armate per ogni buona guerra, strofi d'oblio e d'amore, di sdegno e malinconia, voci innumerevoli d'un'anima in cui la vita si specchiava e variava come un cielo di primavera nella scintillante irrequietezza del cuore. Tessete, o sue creature, la sola lode che sia degna, con la sola storia di lui che sia vera. Dite il giovinetto fremente, a cui lo studio infaticabile e profondo piacque come un grande e unico amore - e gli rifluiva agile e limpido nelle opere come il sangue in un corpo sano -, lo studio, in cui era riassorbita potentemente l'adorazione della patria italiana, gloriosa di pensiero e di bellezza nella sua lingua e nella sua storia; e il giovine di buoni muscoli e di saldi nervi a cui istintivamente la vita apparve una lunga battaglia da combattere - e sentì come armi i sibili dei giambi e degli epodi e il flessibile acciaio della prosa -; e il maestro che amò il suo insegnamento come l'agricoltore l'arte dell'aratura e della semina; e il cittadino che, fra la schiamazzante stupidità dei fanatici, ben riaffermò col mutar opinione il suo puro amore all'Italia; il poeta, il poeta che vi mandò pel mondo, o strofi, a propugnare tutte le virtù gentili, a salutare tutte le cose belle! Come era solo nella sua grandezza! Mareggiava sotto di lui - ed era il tramonto della sua vita un purpureo splendore d'apoteosi - la letteratura nuova con le nuove irrequietudini e le sue tumultuose incertezze; egli, in alto, aveva raggiunta la serenità concessa all'arte somma e fra i novissimi pareva, egli vecchio, molti anni dopo che aveva con forza meravigliosa rinnovata la letteratura italiana, ancora un precursore. Mentre Cavour e Garibaldi compivano la redenzione politica d'Italia, Giosuè Carducci preparava la redenzione intellettuale demolendo il romanticismo. Al principio del secolo ventesimo, quando Cavour e Garibaldi sono nomi lontani e nuove vie si sono aperte da anni sul corso della vita sociale, l'ode "alle fonti del Clitumno" è più verso il futuro di tutta quanta la l'altra letteratura italiana. Sol l'arte, quando è grande, va col flutto dei tempi, avanti. Grande odio pel Carducci fu il romanticismo, e noi dobbiamo a quell'odio - di cui pure molti pure non si rassegnano ad accettare le intemperanze veementi e le efficaci ingiustizie - se, mentre l'abate Zanella appariva grande e diveniva popolare Pietro Paolo Pazzanese, questo involontario parodiatore della poesia romantica, la fiaccola caduta di mano a Ugo Foscolo si rialzava in pugno a Giosuè Carducci e rompeva le malsane caligini degli eredi dei trovatori. Il classicismo era caduto fra le risa di uomini che si proclamavano liberi e in nome della verità respingevano le vecchie favole, dichiarandole inerti; poco più di mezzo secolo dopo, in nome d'un'altra libertà, in nome di una verità più larga, il classicismo risorgeva con quanta parte vitale era stata respinta per morta e putrida fra i vecchi orpelli inservibili. In verità, non v'era più argomento a dispute sull'uso della mitologia. La fiammata romantica aveva avuto breve vigore; ma molta gente letterata - e l'accademia era entrata a prendere il suo ufficio di custode dei cimiteri - si ostinava a chiamar fuoco della cenere appena tiepida. Tutte le forze che avevano condotto il romanticismo a un'ardua vittoria s'erano con meravigliosa rapidità corrotte; il buon senso a furia d'ammirarsi era divenuto meschinità, la semplicità s'era fatta grettezza, il sentimento religioso degenerava in esercizi di retorica scaccina, rimbecillendosi in quello che il Carducci doveva più tardi chiamare, per memoria delle sue battaglie di pagano, "settenario vile". E la teoria manzoniana della lingua, troppo comoda per chi non ha voglia di studiare e si affida alla perfetta eloquenza della ciana fiorentina, aveva condotta la prosa italica dalle belle pagine limpide dei "Promessi sposi" a una informe materia senza colore e senza rilievo. Una specie d'Arcadia rifioriva nella stracca facilità di letterati scarsi di coltura, che erano riusciti a farsi una nuova tradizione, assai meno vitale dell'antica. Le signore ammiravano gli endecasillabi sciolti  - oh come sciolti! - dell'Aleardi, e l'Italia letteraria voleva morire di mal sottile. Venne allora, dal suo nido maremmano, l'aquilotto impaziente di zuffa e cominciò a portar scompiglio fra la greggia. Abbajarono i cani di guardia, critici addormentatisi sull'erbetta umida e svegliatisi con un po' di costipazione e molto malumore; ma l'aquilotto a un batter d'ali era alto e spaziava lontano con l'occhio lieto di sole.

 

Egli vide il passato e s'accorse che molte cose vive, cacciate sotto una pietra sepolcrale con profonda soddisfazione dell'ignoranza pigra, facevano pur vacillare il grave peso; e, come vide il passato, sentì il presente e intese l'avvenire. Quando gli altri giovani correvano a rischiar la vita per la libertà della Patria, egli era obbligato a rimaner in casa a provvedere il pane quotidiano alla madre vedova e al fratello minore; ma, nella pace della sua casa, si preparava in compito più alto e più generoso: rinvigorire la nuova Italia, ricordare alle generazioni cui toccò l'eredità della patria unita il dovere di mostrarsene degne ed eccitar in loro la forza e la volontà di compierlo. E a questo compito egli attese rinvigorendo la lingua, che i romantici avevano fatta ammalar di clorosi, restaurando con formidabile energia il culto della nostra letteratura classica, facendo sfavillare nella sua poesia l'amore della vita forte, della vita lieta, eccitando nei palati inebetiti la sete delle chiare fonti lontane, mormoranti in eterno dalla Grecia di Pindaro e da Roma oraziana, gridando, con la voce che svegliò mille echi: Pan non è morto!

 

Ecco, la tua vice terribile e cara s'è taciuta per sempre, o Maestro del lavoro silenzioso e sincero, della vita integra e diritta, Maestro del disdegno. E chi sta più a indicare che da questa parte è il cammino, mentre dall'altra si spinge con strepito grande la turba di quelli che tu disprezzavi, degl'invalidi e degl'infermi che si accosciano come mendicanti alle porte degl'illustri o ingombrano le anticamere dei giornali, e a cui, se osavano rivolgersi a te, tu rispondevi ricordando con semplice orgoglio il tuo cammino fatto da solo? Un giorno ti fu offerto un ramo dell'alloro che cresce alla tomba di Dante, il vicin tuo grande e vicino di fu per luogo e per animo almeno in questo l'Alighieri, che, come lui, come pochi dopo di lui, avresti potuto chiamarti tu pure "il poeta della rettitudine". E se un giorno si formerà, più completa di quella che tu immaginavi per Garibaldi, la leggenda del nostro Risorgimento, allora lontanamente eroico, essa dirà forse che tutti gli altri eroi raccolsero e ricomposero le membra della patria, ma al corpo ancora inerte tu, Poeta, spirasti la vita nuova...


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