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1861 - 2011: Italiani Illustri
27 Gennaio 1901: Giuseppe Verdi
Una delle maggiori sventure che potesse toccare al nostro paese, è accaduta: Giuseppe Verdi è morto. I suoi begli occhi vivaci si sono spenti; il suo cuore pieno di virtù e di bontà si è fermato; le sue mani che, ubbidienti al pensiero, hanno scritto tante pagine di musica sublime, giacciono per sempre inerti! E questa sventura viene a colpire l'Italia pochi mesi dopo che l'ha turbata un altro grande dolore! Ah, veramente a un secolo finito male, succede per noi un secolo che si apre malissimo! Suonavano ancora gli auguri perché la sua preziosa vita ci fosse serbata a lungo, quando la sua mente si è improvvisamente ottenebrata. Alla notizia, corsa come un baleno, si sono sentite ovunque voci di dolore. Quanti hanno goduto ai suoi canti divini per più di mezzo secolo, hanno provato uno schianto indicibile come se la morte avesse colpito uno di loro famiglia. Perché il sentimento più profondo e più soave che procura un genio alla propria nazione è appunto una specie di orgoglio e di vanto, quasicchè la gloria sua si riverberasse un po' su tutti. E Verdi era veramente il nostro orgoglio e il nostro vanto, perché in lui tutto era mirabile nell'ideale equilibrio delle sue facoltà fisiche, artistiche e morali. Longevo, operoso, onesto, solo un altro italiano gli è completamente paragonabile: Michelangelo, al quale somiglia tanto per l'attività, per l'amore all'arte e alla solitudine, per lo sdegno contro ogni bassezza. Giuseppe Verdi ha raccolto l'ardente ammirazione di tre generazioni. I maggiori entusiasmi l'hanno accompagnato per tutta la vita. Egli non ha sentito la stanchezza del lavoro come Rossigni; non ha sentito la salute declinare e perire nei giovani anni come Bellini e Donizetti; non ha sofferto pel disprezzo di una folla di farisei come Wagner. Egli, dopo le fugaci angoscie procurategli dai primissimi lavori, è passato di successo in successo! Ma la sua fibra morale non è stata scossa a quella terribile prova del fuoco che è l'entusiasmo dei pubblici, pel quale tante povere teste perdono la ragione. Egli non ha chiesto nessuna applauso alle moltitudini che hanno delirato per le manifestazioni del suo genio; non ha chiesto lodi ai giornali, né concessa od imposta la sua presenza alla stupida ammirazione della folla. Lanciata l'opera al mondo, egli tornava come Anteo a prender forza nella sua terra, uguale in questo a un altro italiano, a Garibaldi, che, dalle lotte per la libertà e dagli inni della vittoria, passava alla solitaria contemplazione del mare, nella sua Caprera. Ed ora la nebbia si stende come un velo di tristezza sopra la vasta pianura emiliana digradante al Po, dove sorge la villa del Maestro. Egli non vedrà più quegli alberi, quelle siepi, quei fiori che ha seminato o educato con le sue mani. A primavera il loro fremito e i loro profumi non giungeranno più a rallegrare il genio che creava! Giuseppe Verdi amava chiamarsi un agricoltore, a talora, anzi, scherzando, si diceva un contadino; ma felice lui, che la nativa austerità e l'amore della pace distolsero sempre dall'abbandonarsi a debolezze spesso comuni fra i musicisti. E non è lui che si deve compiangere oggi. Dalla vita fisica, egli passa alla vita immortale, nella storia! Le forme del suo pensiero non sono spente. Esse si possono, ad ogni ora, librare a volo come uno stuolo di colombi; possono ricercare e scuotere le fibre del cuore umano; possono muovere allo sdegno con Rigoletto, al pianto con Violetta, con Aida, con Desdemona; al riso con Falstaff. Egli è morto, ma le creature del suo pensiero vivono e fremono. Da compiangere siamo noi; e più di noi, già innanzi con gli anni, la gioventù, che perde l'esempio vivo e presente d'un carattere austero e benefico, d'uno di quegli uomini che Iddio dovrebbe eternare sulla terra come esempio di virtù civile, come simbolo d'una fede superiore nei destini dell'arte, come spiriti destinati a consolare delle troppe amarezze che urgono l'esistenza. Ma pur troppo i grandi artisti che muoiono non si sostituiscono! Ai tempi eroici dell'arte succedono miseri tempi, specialmente nel campo della musica teatrale, dove ogni giorno si vanno facendo nuove concessioni alla volgarità e alla straccioneria, con la pretesa di rinnovare le formule e mettere il mondo sulla via d'una nuova felicità! Giuseppe Verdi non ebbe nessuna di queste miserie. Il genio e il buon senso (due qualità raramente unite) lo guidarono per la via buona e valsero al suo nome e a quello d'Italia la benedizione di quanti si sono beati alla divina dolcezza della melodia. Egli è morto, ma l'opera sua è immortale, e la sua generosità perpetuata in due istituti di beneficenza. Chi resta senza conforto è l'Italia, che oggi ha perduto uno dei maggiori suoi figli!
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